Apollo 13 e l’altra faccia della Luna

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L’avventura della Luna, ha entusiasmato la fine degli anni 60 e i venti anni a seguire.

Un bellissimo filmato della Nasa ci porta davanti agli occhi la bellezza del nostro satellite naturale in alta definizione. Lo fa grazie alle immagini del Lunar Reconnaissance Orbiter, la sonda orbitante che monitora la Luna, e attraverso un montaggio che riprende le inquadrature di una delle missioni di esplorazione spaziale più memorabili della storia: di ’Apollo 13, un viaggio andata e ritorno verso la Luna – senza alcuno sbarco – in cui i tre astronauti a bordo, a causa di un problema tecnico, furono costretti a rientrare sulla Terra in emergenza. E per fortuna ce la fecero.

L’avventura senza toccare la Luna

L’equipaggio originale dell’Apollo 13: il Comandante James A. Lovell, Jr., il Pilota del Modulo di Comando Ken Mattingly e il Pilota del Modulo Lunare Fred W. Haise, Jr. Crediti NASA.

Apollo 13 è stata una missione spaziale statunitense, parte del programma Apollo decollata l’11 aprile 1970 alle ore 13:13 CST dal Kennedy Space Center . Doveva essere la terza missione a sbarcare sulla Luna dopo quelle di Apollo 11 e Apollo 12, ma è diventata celebre per il guasto che impedì l’allunaggio e rese difficoltoso il rientro sulla Terra. Un’esplosione nel modulo di servizio danneggiò molti equipaggiamenti, riducendo notevolmente la disponibilità di energia elettrica e di ossigeno. Con il Modulo di Servizio seriamente danneggiato dall’esplosione, i tre astronauti furono costretti a trasferirsi nel Modulo Lunare “Aquarius”, utilizzandolo come navicella per il ritorno anziché come mezzo per atterrare sulla Luna.

Sfruttando una traiettoria di rientro libero attorno alla Luna volò a una distanza di 254 chilometri dalla superficie della faccia nascosta della Luna, stabilendo così il record, tutt’oggi detenuto, della massima distanza raggiunta da un essere umano dalla Terra: 400.171 km. Dopo avere affrontato numerose difficoltà la navicella rientrò sulla Terra il 17 aprile. Durante il rientro in atmosfera il blackout radio durò per 86 secondi più del previsto, uno dei blackout radio più lunghi del programma Apollo.

Il ritorno, durato quattro giorni, fu freddo, scomodo e teso. La missione Apollo 13 è tuttavia servita per dimostrare la capacità del programma di affrontare situazioni di crisi imprevedibili, portando in salvo tutto l’equipaggio.

 – Yuston  abbiamo un problema!

Dopo 55 ore dal lancio della missione, a 321.860 chilometri dalla Terra, il serbatoio 2, uno dei quattro serbatoi di ossigeno del modulo di comando e servizio (CSM) esplose dopo la richiesta del Controllo missione, fatta all’equipaggio, di miscelare l’ossigeno nei serbatoi per impedirne la stratificazione. All’avvio della miscelazione, i cavi che collegavano il motore al miscelatore interferirono, creando una scintilla che, nell’ambiente ricco di ossigeno del serbatoio, incendiò l’isolamento del cavo.

Il fuoco causò un aumento di pressione sopra il massimo consentito di 7 MPa nel serbatoio, che esplose danneggiando diverse parti del Modulo di Servizio, incluso il serbatoio dell’ossigeno numero 1. All’epoca del fatto, però, la causa non fu subito chiara e ci fu chi ipotizzò l’impatto con un meteorite. L’equipaggio comunicò al Mission Control l’evento con il messaggio che divenne celebre, letteralmente “Okay, Houston, abbiamo avuto un problema qui”

Conseguenze, il dietro della Luna

A causa della perdita di entrambi i serbatoi dell’ossigeno del Modulo di Servizio e considerata la quantità di ossigeno richiesta dalle apparecchiature della navicella Apollo, si decise l’interruzione immediata della missione. Stante l’incertezza circa l’integrità dell’unico propulsore che equipaggiava il CSM, fu scelto di eseguire un passaggio attorno alla Luna e di riprendere la rotta verso la Terra, utilizzando quindi una traiettoria circumlunare di ritorno libero. Considerando la grande pressione a cui erano sottoposti sia i tre astronauti a bordo sia i tecnici a terra, fu necessaria una considerevole ingegnosità per portare in salvo l’equipaggio, con tutto il mondo che seguiva l’avvicendarsi dei drammatici eventi in televisione. Il rifugio che salvò la vita all’equipaggio fu il Modulo Lunare (attraccato al Modulo di Comando e utilizzato come “scialuppa di salvataggio”). Uno dei problemi principali del salvataggio fu che il LEM, che era predisposto per ospitare due persone per due giorni, si ritrovava invece a dover ospitare tre persone per quattro giorni di viaggio. I filtri dell’anidride carbonica del LEM non erano sufficienti per un carico di lavoro simile ed i filtri di ricambio del Modulo di Comando non erano compatibili al LEM; un adattatore fu costruito dagli astronauti con i materiali presenti sulla navicella. Fu scelto di utilizzare il LEM come modulo di salvataggio perché il Modulo di Servizio (che sarebbe stato teoricamente preferibile) aveva subito gravi danni al sistema di alimentazione e quindi sarebbe stato impossibile renderlo operativo. Le batterie di emergenza avevano una durata di dieci ore, quindi il Modulo di Comando sarebbe stato utilizzabile solo nella fase di rientro in atmosfera.

Per compiere un ritorno sicuro sulla Terra, la traiettoria della navicella venne cambiata notevolmente. Tale cambio di rotta non sarebbe stato difficile utilizzando la propulsione del motore del Modulo di Servizio. Tuttavia i controllori dalla Terra, non sapendo l’esatta entità del danno, preferirono evitare l’uso di tale propulsore, e per correggere la traiettoria del rientro venne utilizzato il motore di discesa del Modulo Lunare. Solo dopo lunghe ed estenuanti discussioni gli ingegneri decisero che era fattibile una manovra di quel tipo, quindi gli astronauti accesero una prima volta il motore del LEM dopo l’attraversamento della Luna, per acquistare velocità, e una seconda per una correzione in corsa. Questo destò non poche preoccupazioni, dato che il motore di discesa del LEM non era stato progettato per essere acceso più di una volta.

Durante la traiettoria di ritorno, mentre sorvolava la faccia nascosta della Luna, l’altitudine dell’Apollo 13 rispetto al suolo lunare era di circa 100 km più elevata di tutte le successive e precedenti missioni Apollo. Questo rappresenta tuttora il record di distanza dalla Terra per un volo con equipaggio: 400.171 km (248.655 miglia), ma fu solo un caso, in quanto la variazione della distanza tra la Terra e la Luna, a causa dell’eccentricità dell’orbita lunare, è molto maggiore di 100 km.

Il rientro in atmosfera richiese un inusuale punto di sgancio e di uscita fuori bordo dal modulo lunare, dato che era stato mantenuto per tutto il volo. Ci fu un certo timore per le temperature ridotte durante il ritorno, che avrebbero potuto produrre condensa e conseguentemente danneggiare l’elettronica del modulo di comando, ma l’apparecchiatura funzionò perfettamente anche in quelle circostanze impreviste.

L’equipaggio ritornò incolume a terra, anche se Haise ebbe un’infiammazione all’apparato urinario, causata dalla mancanza di acqua potabile e dal divieto di espulsione di materiale di scarto (tra cui l’urina) dal veicolo per evitare deviazioni dalla traiettoria pianificata. Il punto di atterraggio in mare fu a 21 gradi 38′ S, 165 gradi 22′ W, a sud-est delle Samoa Americane e a 6,5 km dalla nave di recupero.

Successivamente è stato notato che, nonostante l’equipaggio sia stato molto sfortunato nel complesso, è anche stato fortunato nell’avere avuto il problema all’inizio della missione, in un momento in cui era disponibile il massimo di rifornimenti, attrezzature e alimentazione da usare nell’emergenza. Infatti, se l’esplosione del serbatoio si fosse verificata nella fase di ritorno, molto probabilmente non si sarebbero mai salvati, soprattutto perché non avrebbero avuto la possibilità di usare il Modulo Lunare.

 

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Franca Maria Pace

Ho una vita complicata, tra informatica, arte e campagna.... ho come si dice tanti interessi.

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